«Felicità e produttività sono strettamente collegati»: lo dice l’happyness manager pugliese. Il suo ruolo? Gestire le persone e metterle nella condizione di stare bene nel contesto lavorativo
WORDS DANIELA UVA
Garantire che i lavoratori, mentre svolgono le proprie mansioni, siano felici. E in grado di bilanciare vita e professione. Proprio questo è l’obiettivo dell’happyness manager – il manager della felicità – professione sempre più diffusa, anche in Puglia. Fra i professionisti del settore c’è Nunzio Gianfelice. Laurea in Informatica in tasca, 37 anni e un gran desiderio di migliorare la quotidianità dei dipendenti di Apuliasoft.
Come è nata questa idea?
“Dopo la laurea ho fatto numerose esperienze nell’ambito della creazione di startup, soprattutto nel settore della tecnologia. Mi sono spesso trovato a gestire team di persone e da subito mi sono chiesto come sarei riuscito a metterle nella condizione di lavorare al meglio per produrre di più. Mi sono, quindi, imbattuto nelle cosiddette metodologie agili di gestione del lavoro, che si basano proprio sul concetto dell’impostazione del lavoro migliore per rispondere alle diverse esigenze”.
Come è arrivato il lavoro ha happyness manager?
“Mi sono molto appassionato al tema, studiando sono riuscito a scardinare i pezzetti che creano questi metodi e sono riuscito a capire che i concetti che girano intorno al management sono gli stessi alla base dell’happyness at work. Cioè la felicità sul posto di lavoro, perché felicità e produttività sono strettamente collegati. Successivamente ho incrociato Apuliasoft, azienda che in quel momento che era in fase di crescita e voleva seguire questi principi. Così nel 2018 ho iniziato a lavorare con loro”.
Qual è al momento il suo ruolo in azienda?
“Sono responsabile delle risorse umane e della felicità aziendale. Che poi è proprio un ramo delle risorse umane. Significa gestire le persone e metterle nella condizione di stare bene nel contesto lavorativo. La felicità aziendale dovrebbe essere compresa in modo automatico nelle risorse umane, purtroppo però non è ancora scontata. Per questo nel tempo è nato un movimento che dagli Stati Uniti si è diffuso in Europa e che mette al centro la felicità sul posto di lavoro. In termini pratici si tratta di attuare pratiche e processi che permettono di far stare bene i dipendenti”.
Come si arriva a questo risultato?
“Si ottiene ascoltando le persone, capendo quali sono le loro esigenze e inserendo nei processi giornalieri di organizzazione del lavoro gli aspetti valoriali dell’azienda. Bisogna sempre pensare a rispettare i valori insisti nell’impresa”.
Parlando con le persone cosa emerge soprattutto? A quali aspetti danno maggiore importanza?
“Nella maggior parte dei casi le hanno hanno problemi nel gestire le emergenze quotidiane nei contesti lavorativi. Bisogna gestire quello che accade nell’ambito della famiglia e della salute, ma anche cose belle come per esempio la possibilità di dedicarsi ai propri hobby. Conciliare le esigenze lavorative con quelle personali aiuta sicuramente a far stare meglio le persone”.
Spesso gli imprenditori sono additati perché non danno abbastanza importanza a questi aspetti. E’ un problema culturale? Come si scardina?
“In effetti in alcune situazione ci può essere poca attenzione ed è possibile che questo sia più probabile al Sud a causa della differenza di imprese rispetto a quelle che ci sono al Nord. Differenze di grandezza, di possibilità e di capitali. Scardinare questa impostazione parte da un assunto: il concetto della felicità sul lavoro può essere inserito solo che l’imprenditore lo vuole. In molti mi hanno chiesto consulenze sul temi e ho sempre detto che non si può fare nulla se il capo non è d’accordo. Gli imprenditori devono, quindi, essere i primi a mettersi in gioco. Se questa volontà c’è esistono professionisti che riescono a raggiungere questo risultato”.
Come si procede?
“Si parte da un’analisi della realtà aziendale. Ogni impresa è fatta di persone che hanno età, genere, orientamento sessuale e religioso. Sono fattori essenziali che vanno considerati. A quel punto si prendono le cose negative, emerse durante i colloqui, e si lavora sulle mancanze per migliorare la situazione. Se l’azienda è piccola è possibile intervistare i singoli dipendenti, se è grande si procede con i questionari. Successivamente si interviene”.
In che tempi è possibile portare la felicità in un’azienda?
“I tempi sono solitamente molto lunghi e non c’è una stima esatta. Tutto dipende dal punto di partenza e da dove si vuole arrivare. Da quali obiettivi si vuole raggiungere”.
Si stanno facendo progressi negli ultimi anni?
“Da quando ho iniziato, nel 2018, se ne parla molto di più, già questo è un traguardo. Anni fa parlare di questi argomenti creava meraviglia e stupore nelle persone, adesso il movimento è cresciuto. Ci sono altri professionisti, è un tema caldo e ci sono tante aziende che si stanno affacciando a questi concetti”.
In alcuni Paesi per aumentare la felicità si sono diminuite le ore settimanali di lavoro, è un punto di partenza anche questo?
“La diminuzione delle ore del lavoro è un grosso tema e riguarda il bilanciamento vita-professione. Negli anni è aumentata la consapevolezza, soprattutto dopo il Covid. Siamo usciti dalla ruota del criceto nella quale eravamo un po’ tutti e questo ha aiutato. Diminuire le ore di lavoro non è possibile per un’azienda che arriva a fine mese con difficoltà. Lo è per le realtà più virtuose e ricche, che hanno margini di guadagno maggiori. Non a un caso questa idea sia partita nei Paesi Nord europei”.
La sua è una professione che sta crescendo?
“E’ una professione che sicuramente si sta sviluppano, altre persone che lavorano come me sia nelle aziende sia come consulenti esterni. La Puglia è molto avanti su questo tema”.












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