Conversazione con il Ceo di Manta Group, orgogliosamente fiero di essere tornato in Puglia da Milano. «Ho sempre pensato che tornare qui fosse un andare controcorrente. Vedere opportunità dove c’erano spazi vuoti»
«Un giorno camminavo con papà e gli dicevo che qui non c’era niente, lui mi rispose in una maniera inaspettata. Mi disse che dovevo esserne contento, perché significava che c’era tutto da fare»
DI FABIO MOLLICA
«Ho avuto il privilegio di vivere il Nord e il Sud. Il Nord mi ha insegnato il metodo, il Sud invece il senso delle cose. Creare un connubio tra queste due cose consente di realizzare l’inimmaginabile». Una conversazione con Michele Frisoli, il Ceo di Manta Group (rete di imprese attive nei settori aeronautico e automotive, con sedi tra Foggia e Brindisi), non è mai banale e sempre stimolante. Perché l’imprenditore e manager foggiano è uno di quei personaggi che trovano sempre le parole giuste per ispirare e provare a capire le cose in maniera non convenzionale.
Gli anni trascorsi a Milano gli sono serviti, ne ha fatto tesoro, ma non rinnega la sua scelta di tornare a seguire le imprese create dal padre. «Ho un sacco di amici che stanno ancora al Nord. E devo dire che fino a qualche anno fa il ritorno in Puglia era visto come un fallimento o una rinuncia. La mia è stata una scelta, quella di voler essere utile, c’era anche un senso di responsabilità in quella scelta. Oggi il ritorno non è più né un fallimento né una rinuncia».
È il segno di un cambiamento. Della Puglia. Del nostro modo di vivere. Di intendere le cose.
«Un giorno camminavo con papà e gli dicevo che qui non c’era niente, lui mi rispose in una maniera inaspettata. Mi disse che dovevo esserne contento, perché significava che c’era tutto da fare. Questa dicotomia mi ha insegnato a vedere le cose in maniera diversa. Ho sempre pensato che tornare qui fosse un andare controcorrente. Vedere opportunità dove c’erano spazi vuoti».
Certo, non tutti i problemi sono stati risolti. E il gap con alcuni territori del Nord Italia e dell’Europa resta notevole. «Abbiamo dimostrato che siamo bravissimi a creare imprese, un po’ meno a trasformarle in industrie. E poi dobbiamo competere sull’intelligenza e non sui costi, e questo è ancora più vero qui. Vuol dire non solo saper produrre, ma anche applicare conoscenza accumulata nel tempo».
A cominciare dagli insegnamenti dei genitori e dei nonni, magari. Perché poi toccherà ai figli. Come accaduto a lui. E il tema del passaggio generazionale è uno di quelli che più gli stanno a cuore: «Il ruolo non si eredita ma si merita. Non si fa un passaggio di ruoli ma di responsabilità. Se chi viene dopo capisce che si assume delle responsabilità, non solo che ha ereditato qualcosa, allora il passaggio generazionale funziona».
Poi serve un altro fattore. Le persone. La loro crescita. «Qui in Manta Group la crescita delle persone è quasi un’ossessione. Per le aziende famigliari la crescita delle persone passa attraverso una impresa che diventa adulta, e diventa tale quando smette di dipendere esclusivamente dalla sua guida. È come con i figli. Diventano adulti quando non hanno più bisogno di un genitore accanto. Questo passaggio è molto difficile, anche perché se fai questo mestiere è perché ti piace e vuoi restare sempre in prima linea. E dunque capisco i papà che fanno fatica a mollare».
Ma se per la vecchia generazione era normale sacrificare gli affetti famigliari sull’altare della crescita aziendale, oggi non è più così. Non deve esserlo.
«Anche se il successo oggi si misura ancora con quanto sei cresciuto, quanto hai guadagnato, costruire una azienda che sia anche una famiglia è diverso. Se tu “fai” e ti dimentichi di “essere”, diventa tutto evanescente. Ed è importante avere accanto qualcuno che capisca che il fare è importante, ma sappia anche che in alcuni momenti ti deve riportare alla realtà. Alla vita vera. Nel mio caso quella persona è mia moglie Amy, canadese. È lei a riportarmi all’essere. Ha imparato a conoscermi, non ha detto nulla quando lasciavo le vacanze per tornare in azienda, ma mi ha sempre fatto capire l’importanza dell’esserci per la famiglia. Perché alla fine è vero che nella vita contano due cose: quanto sei felice la domenica sera perché il giorno dopo vai a lavoro, e quanto sei felice il venerdì perché torni a casa. Se sei felice due volte a settimana sei un uomo ricco».
Frisoli è anche padre di tre figli. E gli piace parlare dei giovani. Della nuova generazione.
«Siamo spesso critici nei loro confronti. Io ritengo che sia una generazione piena di talento, ma non creiamo il contesto giusto che li faccia crescere. Spesso gli diciamo di chiedersi cosa vogliono fare. Invece dovremmo dire loro di chiedersi dove possono fare la differenza, perché è lì che nasce la motivazione. Dobbiamo veicolare su di loro questo senso di motivazione e fare in modo che si esprimano per fare la differenza».
Alla fine, è vero che è importante “lasciar andare”. Le cose come le persone. Ma è anche importante cosa lasciare.
«E tu non lasci numeri. Puoi fare numeri fighissimi di fatturato e di ebitda, ma la verità è che ciò che lasci è la cultura. Se lasci una cultura aziendale forte, resti nel tempo, e resta anche la tua azienda. In caso contrario l’impresa non durerà molto e non lascerà nulla».
I numeri e i valori. I valori e i numeri. Tutto si tiene. Insieme.
«Abbiamo chiuso il 2025 in crescita, abbiamo una prospettiva di ulteriore crescita nel 2026. Ma sa qual è la cosa che mi rende più felice? Il fatto che la nostra struttura manageriale stia crescendo con ragazzi che sono per il 97% pugliesi. Questo mi fa estremamente piacere. Siamo riusciti a far emergere il talento. È grazie a questo che oggi ci confrontiamo con grandi gruppi, con università e centri di ricerca che ci apprezzano e vogliono costruire con noi nuovi progetti».
I numeri. I valori. Le persone. Le Persone.












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