I brindisini Alessandro Monticelli e Marta Pisani lavorano alla produzione di un pannello di nuova generazione. Quando si incontrarono lei gli disse: «Hai una idea figa ma la racconti proprio male»
«Hai una idea figa ma la racconti proprio male». È nato da questa frase, sincera il giusto, il connubio lavorativo tra Alessandro Monticelli, 35 anni, e Marta Pisani, 34, due brindisini che con grande caparbietà stanno portando avanti il progetto della loro azienda, Green Independence, che punta tutto su pannelli fotovoltaici di nuova generazione che funzionano con l’idrogeno verde.
L’idea figa è nata quando Monticelli studiava al Politecnico di Torino ed è stata affinata negli Stati Uniti. Quasi abbandonata per sette anni, durante i quali il giovane brindisino andò a lavorare in General Electric, oggi sta raccogliendo i fondi di investitori che credono in una scommessa che potrebbe alimentare case, aeroporti, aziende.
A dare una prima mano alla startup pugliese è stato il programma di open innovation denominato Open Italy, gestito da Elis, che raccoglieva dalle grandi aziende italiane una serie di esigenze che venivano pubblicate sulla sua piattaforma e le startup potevano candidarsi. «Lo facemmo anche noi, Snam vedeva nell’idrogeno la rivoluzione. Ci selezionano e ci danno 60mila euro. Li spendiamo per fare un accordo con PoliTo per produrre un prototipo di piccole dimensioni».
Dopo Snam si iniziarono ad avvicinare i primi investitori: l’americana Plug&Play (100mila euro), Scientifica Venture Capital (100mila euro). Fu allora che Alessandro e Marta decisero di lasciare i rispettivi posti di lavoro, e di gettarsi anima e cuore nel loro futuro.
«Inizialmente non ci siamo dati uno stipendio ma solo dei rimborsi spese. Per un anno e mezzo abbiamo visto erodere il nostro conto fino a 12mila euro e avevamo tante consulenze costose da pagare. Dopo 18 mesi facciamo un round con due family office e un venture capital che ci danno 900mila euro. Iniziamo ad assumere e Athena Industries, gruppo che lavora nell’automotive, investe su di noi: i suoi tre fondatori entrano con 510mila euro.
Il progetto del pannello Soleidon è costoso ma solo che non demorde raggiunge i risultati che si è prefissato ed anche la Regione Puglia, attraverso Puglia Sviluppo e un bando Pia da 7,5 milioni, decide che Green Independence ha le carte in regola.
«Oggi possiamo fare una prima linea di assemblaggio in un capannone ma abbiamo bisogno di ulteriori fondi: da 7 a 12 milioni per realizzare il nostro stabilimento vero. Vi si produrranno i pannelli innovativi, quindi hardware, da vendere e installare in tutto il mondo.
La rivoluzione tecnica di GI è questa: «Trasformare l’energia solare in idrogeno per utilizzarlo quando ci pare per produrre energia o calore». Con un piccolo particolare: bruciare l’idrogeno non produce emissioni.
Qualcuno dirà: per produrre idrogeno serve acqua. Ma Soleidon recupera le acque marine o reflue senza utilizzare energia elettrica a pagamento. «Oggi col reverse osmosis per creare un metro cubo di acqua che desalinizza consuma 5 Kwh di energia. Noi lo facciamo producendo, non consumando, 100 Kwh di energia rinnovabile. Il nostro pannello usa l’80% dell’energia per produrre acqua desalinizzata e il 20% per produrre energia verde».
L’ultimo dubbio potrebbe riguardare i costi di produzione, perché l’idrogeno verde oggi costa circa 10 euro a Kg, circa dieci volte l’energia prodotto da fonti fossili. Ma anche qui i due imprenditori brindisini hanno la risposta pronta: «Noi abbiamo deciso di produrla non in maniera centralizzata ma decentralizzata: facendo sistemi produttivi meno grandi hai bisogno di meno sistemi di sicurezza e gestione. Così accorciamo anche la filiera dell’approvigionamento e abbattiamo i costi dell’hardware».
Non possiamo che fare il tifo per Green Independence.












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