L’ultimo libro dello scrittore barese è un’ode al coraggio e alla Resistenza. Ma parla anche di amore e amicizia, di Bari e dei pugliesi
WORDS FABIO MOLLICA
Tra i libri più belli letti la scorsa estate figura sicuramente “Tutto il mio folle amore”, di Francesco Carofiglio. Lo scrittore, architetto, illustratore e regista ha firmato per Garzanti una bella storia di coraggio, amicizia, amore e resistenza. Una storia tutta pugliese in cui i sogni si intrecciano con la realtà di un’Italia ferita, ma piena di voglia di vivere. Una storia in cui tre ragazzi, Alessandro, Lallo e Carolina, nella Bari che sarà bombardata dai tedeschi, ci insegnano che ogni scelta, ogni gesto, ogni nota suonata può diventare un atto di ribellione. Ieri come oggi, nella Bari occupata e nella Gaza sterminata dagli israeliani, così come nelle piazze solidali con il popolo palestinese (con il popolo, non con Hamas, questo lo dobbiamo sempre specificare, per gli scienziati che ci governano) la voce di chi non si arrende emerge chiara e forte. La voce di chi sceglie di lottare. Di chi continua a credere nella possibilità di ricominciare. Di chi decide di stare dalla parte della giustizia e non del potere impazzito.
Perché questo libro, perché ora?
Questa è una storia a cui tengo molto. Che racconta una stagione di snodo per le sorti dell’intero conflitto mondiale. È la storia di un gruppo di adolescenti che vivono questa stagione. È la storia di Radio Bari, che sorgeva proprio nei pressi dell’abitazione in cui oggi abito, una storia che purtroppo in pochi conoscono, eppure Radio Bari fu la nostra Radio Londra. Se poi la domanda fa riferimento a qualche tipo di assonanza tra il presente e quel passato cupo, la risposta è si: io alcune assonanze le vedo con la situazione internazionale di oggi. E ritengo che molti stanno sottovalutando ciò che accade oggi, così come molte persone sottovalutarono ciò che accadeva ancora.
Ha definito questo romanzo una storia di adolescenti in bilico sullo strapiombo della vita. Ragazzi che sapevano da che parte stare.
La storia parla di due cugini “gemelli”, Ale e Lallo, e di una ragazza italo-irlandese, Carolina, che si trova a Bari quasi per caso. Sono ragazzi consapevoli della direzione ma non del contesto, almeno non totalmente. Si troveranno come dentro un fiume in piena. Ed è quello che è accaduto nella Resistenza cittadina. Un fiume che poi ha portato nel mare della libertà.
Nel libro è evidente il suo amore per la Puglia: ci sono Bari ma anche Brindisi. Lei ha vissuto a Bari, Roma, Firenze, e ora di nuovo a Bari. Perché è tornato?
Come tutti quelli che fuggono, alla fine si decide di tornare. Sono andato via a 19 anni, all’epoca riconoscevo la bellezza di questa terra ma mi appariva anni luce dal fermento che vedevo a Lecce. Poi le cose hanno iniziato. Cambiare. Probabilmente sono cambiato anche io, e così ho deciso di tornarci. Per due motivi: il primo è che le cose che faccio le posso fare ovunque. Il secondo è che nessuno mi convince che, per quanto io ami disperatamente Firenze, che sia più bello un vicolo di quella città rispetto alla bellezza dell’orizzonte del nostro mare. Si fa fatica a perdere la possibilità di ammirare ogni giorno l’orizzonte.
C’è una frase significativa nel libro: «La libertà non è solo politica ma anche e soprattutto culturale».
Già, ieri come oggi. Non voglio fare previsioni di sventura, ma vediamo ogni giorno ciò che accade negli Stati Uniti, e ci fa paura perché somiglia ad una diffusa incapacità di percepire il pericolo, così come è stato all’inizio del regime così come pure in Germania e in Unione Sovietica. L’esperienza di Radio Bari fu l’esperienza dell’invenzione di una radio moderna fondata sul principio culturale della formazione. Vi passarono personaggi dello spettacolo, della letteratura come Arnoldo Foà, Alba De Cespédes, Anton Giulio Majano, il Quartetto Cetra, perfino Glenn Miller e Marlene Dietrich. Fu il cuore pulsante della “Resistenza delle parole”.
A proposito di Resistenza: nel libro scrive che “la Resistenza è di tutti”. Oggi invece qualcuno prova a farla passare come una cosa solo dei rossi.
Questo fa parte del processo di semplificazione non virtuosa degli eventi, quindi di riscrittura della storia a beneficio di una tesi, ma questo, francamente, mi interessa poco.












Comments