Pugliesi

FLORIDIANA VENTRELLA – “Volevo essere Batman”

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floridiana ventrella cover

Dopo un’esperienza professionale a Reggio Emilia la 40enne foggiana è rientrata in Puglia per dare vita a “LavoroalSud.it” una piattaforma community che aiuta a trovare lavoro

DI DANILA PARADISO

Career coach e fondatrice della piattaforma Lavoroalsud.it, Floridiana Ventrella, dopo un’esperienza in una multinazionale in Emilia Romagna, ha scelto di tornare a Foggia e reinventarsi come freelance. Oggi, a meno di 40 anni, ha costruito una community solida, conta circa circa 35mila followers su Instagram, e aiuta chi vuole costruire il proprio futuro professionale nel Mezzogiorno. Ha anche pubblicato un libro dedicato al tema del lavoro al Sud, con l’obiettivo di superare stereotipi e aprire nuove prospettive.

Aiuti gli altri a trovare lavoro: da bambina cosa sognavi di fare?
Sarò sincera al cento per cento: sognavo di diventare Batman (è molto seria, ndr). Mi affascinavano il suo senso di giustizia e la capacità di aiutare le persone. Non sono diventata Batman, ma cerco di portare questi valori nella mia professione.

Hai una laurea triennale in economia aziendale, una laurea specialistica in marketing management, due master in HR Management e numerosi corsi sulla comunicazione. Ti è mai capitato, durante un colloquio, di sentirti dire “le faremo sapere”?
Ovviamente sì. Dopo un colloquio con una grandissima azienda ricevetti un feedback negativo. Decisi di chiedere le motivazioni, perché per me era importante capire e crescere professionalmente. Mi dissero che non avevo attitudine commerciale né spirito imprenditoriale. Tutto ciò che ho costruito dopo dimostra due cose: la prima è che la Floridiana di ieri non è la stessa di oggi; la seconda è che ascoltare gli altri è importante, ma sempre in un’ottica di miglioramento. Non dobbiamo mai autosabotarci né perdere l’autostima.

Perché hai lasciato l’Emilia Romagna, un lavoro sicuro, e hai deciso di tornare a Foggia aprendo la partita iva? Rifaresti questa scelta?
Sì, la rifarei assolutamente. Dopo l’esperienza da recruiter in una multinazionale in Emilia Romagna, ho ricevuto diverse proposte di lavoro al Nord, tra cui una a tempo indeterminato. Ma la mia testa era già altrove: ho pensato “adesso o mai più”. Ho declinato l’offerta e sono tornata a Foggia. Era il 2019: ricordo tutto, anche il giorno in cui ho aperto la partita iva, perché per me è stata una liberazione immensa. Continuo a ricevere proposte come dipendente, ma il solo pensiero mi mette ansia, perché ho trovato la mia dimensione. La mia professione è una perfetta sovrapposizione della mia persona. Ho sperimentato la libertà, quella di scegliere con chi lavorare e come farlo, e non sono più disposta a rinunciarvi.

A dicembre hai pubblicato il libro “Lavorare al Sud è (im)possibile”. È davvero possibile costruire una carriera al Sud?
Sì, è possibile. Naturalmente ci sono territori più avanti di altri. Non mi considero la Stephen King del lavoro, ma vedo questo libro come parte di un progetto editoriale più ampio, che mi permette di affrontare temi importanti e smontare alcuni pregiudizi, come quello secondo cui la formazione d’eccellenza esisterebbe solo al Nord. Il vero problema del Sud non è la mancanza di lavoro, ma l’assenza di una cultura aziendale inclusiva, aperta, innovativa e flessibile. Siamo abituati a una narrazione limitante: “qui non c’è nulla”, “qui si è sempre fatto così”. Così, anche le scelte – andare via o restare, fare carriera o accontentarsi – diventano automatiche, quasi inconsce. L’ambiente che ci circonda, dalla famiglia ai conoscenti, spesso rafforza questa visione. Il mio progetto editoriale vuole riequilibrare questa narrazione, diventare un faro che illumina anche ciò che non viene raccontato. Il libro è rivolto non solo a studenti e giovani professionisti, ma anche a chi ha maturato esperienze lavorative fuori e desidera tornare al Sud.

Tra osare e accontentarsi, tu hai scelto di osare. In che direzione vanno le nuove generazioni?
Le nuove generazioni sono diverse dalla mia, che è probabilmente l’ultima legata al mito del posto fisso, per dirla alla Checco Zalone. I miei coetanei sono stati tra gli ultimi disposti a sacrificare ambizioni, studi e competenze pur di avere uno stipendio sicuro. Oggi i giovani cercano equilibrio, non sono più disposti a sacrificare il proprio benessere per il lavoro. E questo emerge chiaramente anche dai dati e dai rapporti ARPAL e INPS.

Cosa serve a chi ha talento per emergere nel mondo del lavoro?
Prima di tutto, serve un contesto che ti faccia sentire un talento. Altrimenti si finisce per credere di non averne, come è successo a me. Dopo il diploma o la laurea, se mi avessero chiesto quale fosse il mio talento, avrei risposto “nessuno”, perché non avevo intorno un ambiente capace di valorizzarmi. Poi serve un orientamento adeguato. Con Lavoro al Sud stiamo lavorando molto su questo, proponendo un orientamento basato sui laboratori. Già a scuola, ragazzi e ragazze dovrebbero sperimentare: sport, volontariato, attività che permettano di ascoltarsi, mettersi alla prova e scoprire il proprio talento. Dopo gli studi, è fondamentale trovare un contesto aziendale adatto. Nella fase iniziale, il talento ha bisogno di essere accompagnato: onboarding, inserimento e affiancamento sono essenziali per sviluppare competenze e autostima.

A che punto è la parità di genere nel mondo del lavoro al Sud?
Oggi la parità di genere non è un traguardo lontanissimo, ma va contestualizzata. Come imprenditrice, nel rapporto con altri imprenditori, non ho mai incontrato difficoltà né mi sono mai sentita discriminata perché donna. Da consulente in azienda, però, vedo ancora una forte disparità, soprattutto su contratti e stipendi. Quando una donna è in età fertile, spesso emergono domande discriminatorie nei colloqui e condizioni contrattuali diverse. I dati certificati mostrano che questa non è una differenza tra Nord e Sud, ma un problema che riguarda tutto il Paese. Esiste poi un’altra disparità di cui si parla poco: quella tra me, imprenditrice, e i miei coetanei, soprattutto donne. Ad esempio, noto spesso pregiudizi quando dico che non desidero avere figli. È una dinamica radicata, che nasce da retaggi culturali e sociali.

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