Pugliesi

FERDINANDO DE GIORGI – Una vita da numero uno

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Il coach campione del mondo guarda al futuro: «Vincere l’Olimpiade è sicuramente un desiderio grande, una delle poche cose mai conquistate, però il mio pensiero è fare sempre il massimo in quel momento dando il mio contributo»

WORDS DARIO RECCHIA – FOTO: FIPAV

«Quando è caduta l’ultima palla del mondiale ho provato una fortissima soddisfazione intima che nasce da un percorso vissuto e realizzato insieme ai ragazzi e allo staff. È stato un grande risultato sia dal punto di vista del valore sportivo che umano! Tra qualche giorno porteremo e condivideremo questa soddisfazione con il Presidente Mattarella e con tutti voi. Grazie per l’affetto, con sentimento speciale Fefè». Queste le parole dell’allenatore della nazionale italiana di pallavolo Ferdinando De Giorgi (per tutti Fefè) subito dopo la vittoria del Mondiale di Manila (Filippine) a settembre. Una carriera lunghissima e tantissimi successi prima da giocatore e successivamente da allenatore con svariati club e con la Nazionale. Nato a Squinzano (Lecce) nel 1961, sposato e padre di tre figli, De Giorgi ha vinto 5 titoli Mondiali (tre da giocatore, due da allenatore). Cinque come i centimetri che i tanti scettici dicevano gli mancassero per diventare un giocatore di successo.

La carriera inizia nel suo Salento, con la Vis Squinzano, ed esordisce in serie A1 nel 1984 con la maglia dei Falchi Ugento. Poi il passaggio alla Panini Modena e da lì altre società concludendo con la vittoria di due Coppa Italia, una Supercoppa italiana, due coppe CEV, una Coppa delle Coppe ed una Supercoppa Europea. Con la Nazionale Italiana vanta 330 presenze (portando a casa tre Campionati Mondiali). È l’epoca della “generazione dei fenomeni”, con il palleggiatore pugliese e tanti altri pallavolisti che costruiscono un modello di squadra difficilmente replicabile ed invidiato in tutto il mondo.

Nel 2003 “Fefè” appende le scarpe al chiodo per intraprendere la carriera da allenatore, ed anche lì i risultati non tardano ad arrivare. Nel 2006 con la Lube Macerata la conquista del primo titolo italiano, due supercoppe italiane, Coppa Cev, due Coppa Italia. Nel 2015 lascia il campionato italiano per approdare in Polonia e vincere uno scudetto con il Kedzierzyn-Kozle, diventa C.T. della stessa nazionale per alcuni mesi. Poi il ritorno in Italia, sponda Lube, nel 2019 per vincere un altro scudetto, Champions League e mondiale per club.

Nel 2021 inizia l’esperienza da coach della Nazionale Italiana ed ha il rognoso compito di rifondare una squadra allo sbando. Porta subito questo nuovo gruppo sul gradino più alto del campionato Europeo, l’anno seguente vince il Mondiale che bissa a settembre 2025 al termine di un campionato avvincente ed incredibile sino alla finale.

Quest’uomo del Sud innamorato della sua terra, con Julio Velasco è l’emblema di un nuovo modo di fare sport all’interno di un sistema che esce dai canoni tradizionali.

Coach ha vinto due titoli mondiali consecutivi con la nazionale. Vincere è difficile, confermarsi lo è di più. Quali sono state le chiavi del suo successo?

Confermarsi è la vera sfida che c’è da sempre nel mondo dello sport, raggiungere un risultato è difficile e si può arrivare anche in modi diversi. Rimanere nell’eccellenza è il vero obiettivo perché devi migliorarti dal livello a cui sei arrivato e questo non è una cosa semplice quando hai vinto qualcosa di importante. Tra un mondiale e l’altro chiaramente sono trascorsi degli anni ed all’interno ci sono state anche altre manifestazioni, alcune andate bene ed altre meno. Un secondo posto all’europeo e quarti alle Olimpiadi che significava giocare per le medaglie. Tutte situazioni di questo percorso che  ti stimolano per migliorare sempre di più.

Qual è il più bel ricordo dell’ultimo Mondiale?

L’ultimo Mondiale è stato un crescendo perché dopo la sconfitta subita nel girone eliminatorio contro il Belgio avevamo, nell’ultima giornata, l’obbligo di vincere a tutti i costi per accedere agli ottavi di finale. Quello è stato un momento importante nel quale abbiamo richiamato tutte le nostre energie e la reazione in quella partita è stata determinante per il prosieguo del torneo. Da lì siamo andati in crescendo sino alla semifinale contro la Polonia, lo scoglio più ostico da superare in quanto favorita. La vittoria contro i polacchi ci ha dato quella fiducia ulteriore per vincere anche il giorno dopo nella finale e salire sul tetto del mondo.

Cosa serve ad un ex giocatore per diventare un ottimo coach?

Devi subito dimenticare che sei stato un giocatore. Fare l’allenatore è un altro mestiere anche se l’esperienza che hai avuto nello spogliatoio quando giocavi ti tornano utili in alcuni momenti. Si passa da quello che facevi a te come giocatore a preparare quello che serve a 14 atleti con esigenze diverse e magari nessuna di quelle le avevi utilizzate ai tempi in cui giocavi. Il passaggio non è semplice, devi studiare tutta la metodologia, la tecnica, la parte degli allenamenti, la programmazione che erano l’ultimo pensiero quando eri un giocatore.

La pallavolo è cambiata molto negli ultimi anni sia nella regole che nella fisicità degli atleti. Su quali aspetti ha più dovuto lavorare per rimanere sempre al passo con i tempi.

Il tema è quello del miglioramento continuo. È questa la vera sfida dell’atleta, dell’allenatore  e delle squadre di alto livello. Migliorare significa anche cambiare tante cose, alcune abitudini e sperimentare e provare cose nuove. Rimane complicato e difficile migliorarsi quando ottieni risultati prestigiosi, soprattutto perché c’è la tendenza involontaria di accontentarsi ed adagiarsi un pò. Poi la pallavolo è cambiata tantissimo, dal cambio palla, al challenge, ci sono la metà delle azioni e metodologie di allenamento differenti per cui bisogna avere la predisposizione a gestire queste novità.

Le nazionali femminile e maschile Campioni del Mondo nel 2025, un evento unico nello sport professionistico. Ma cosa c’è dietro questi successi e soprattutto qual’è il messaggio educativo che si trasmette?

C’è un movimento che ormai da anni lavora molto bene. Federazione e le leghe che gestiscono i vari campionati maschili e femminili. Poi ci sono i club, tutta la parte territoriale giovanile e le attività delle società che è importantissima. Dietro c’è un tessuto molto coinvolgente con tante persone di qualità. Gli allenatori – per esempio – devono fare un percorso lungo per allenare in serie A con tanti corsi ed aggiornamenti continui. È un movimento che non si accontenta e cerca sempre di evolversi e seguire i tempi mettendosi spesso in discussione. In più, rispetto ad altri sport, nella pallavolo c’è l’obbligo di avere sempre tre italiani in campo e questo fa sì che i nostri giocatori hanno sempre una grande rilevanza nella squadra. C’è un grande lavoro sulle giovanili strategico, c’è voglia di fare reclutamento per portare in palestra tanti ragazzi che magari sceglierebbero altri sport. Abbiamo la serie A maschile e femminile ben organizzata ed è il campionato più bello del mondo. Infine bisogna sfruttare queste vittorie dal punto di vista mediatico per avvicinare ragazzi che si sentono ispirati dai protagonisti.

La pallavolo ad oggi è un’oasi protetta dove raramente si registrano intemperanze tra opposte tifoserie. Verrebbe da dire che è un modello da esportare in altre discipline.

I nostri palazzetti sono sempre pieni di famiglie e di ragazzi, in alcuni posti c’è del tifo abbastanza caldo ma non si arriva mai a nessun tipo di esagerazione perché è un ambiente dove il rispetto dell’avversario è sacro ed alla fine ci si stringe la mano. L’ambiente rispecchia quanto si vede in campo e chi ci viene a vedere ha un’educazione ed una cultura sportiva notevole.

Se le dico Puglia qual è la prima cosa che le viene in mente?

Puglia per me è un punto di riferimento. È quella cosa che mi inorgoglisce quando sono lontano da casa. Adesso sono diventato Ambasciatore dell’Università del Salento ma dico sempre che l’ambasciatore l’ho sempre fatto da quando gioco perché ho sempre parlato della mia terra a tutti quanti da una vita. Adesso la Puglia è molto più conosciuta però 40 anni fa lo era da pochi. Per me le radici sono importanti, i miei primi anni di carriera da giocatore sono stati fatti a Squinzano e Ugento. Le basi familiari ed i valori sportivi che mi hanno insegnato sono avvenuti in quegli anni e che ho sempre portato con me. Pensa che non ho mai cambiato residenza pur avendo girato molto.

Lei ha allenato diversi anni all’estero (Polonia, Russia). A cosa ha dovuto maggiormente rinunciare in quel periodo?

Tutti dicono giustamente che siamo dei privilegiati perché comunque chi fa sport come sua passione ad alti livelli può considerarsi tale però aggiungo sempre che ogni privilegio nella vita ha un costo. Per noi è lo stare lontano dalla famiglia e dagli affetti cari, il doversi spostare continuamente, cambiare casa, città, cambiare rapporti dal supermercato agli asili per i figli. Non tanto in Polonia ma i due anni in Russia sono stati abbastanza complicati  perché non era per niente facile.

Coach quali sono le sue passioni e cosa le piace fare nel tempo libero?

Quando facevo il giocatore ne avevo, da quando faccio l’allenatore è più complicato. È un mestiere che ti coinvolge moltissimo e non hai tempo per quasi nulla. Da giocatore mi piaceva la fotografia, viaggiare e giocando conosci bene tutte le palestre, gli hotel e gli aeroporti del mondo. Ma vai in giro per la competizione e poco altro. Ora da coach appena posso rimango a casa e mi godo la famiglia ed il mio hobby diventa stare nel mio Salento.

Ha vinto tanto nello sport ma ha ancora tanta fame di vittoria, da dove nasce questa energia?

Chi fa sport a questo livello continua ad avere la voglia di sfidare se stesso. Il voler far bene le cose e farle al massimo è uno stimolo grandissimo. E poi hai l’obiettivo di raggiungere i risultati sperati che diventano sempre più difficili quando più si va avanti.

Proviamo ad aprire il cassetto dei suoi sogni, cosa ci troviamo dentro?

Sembrerà banale ma nel cassetto dei miei sogni c’è il discorso della salute che mi permette di fare ciò che mi piace. Alla fine mi sono reso conto con l’esperienza degli altri che se vuoi realizzare qualcosa la salute è la prima cosa. Non ricordo chi disse che la salute non è tutto ma il tutto senza la salute è niente. Vincere l’Olimpiade è sicuramente un desiderio grande, una delle poche cose mai conquistate, però il mio pensiero è fare sempre il massimo in quel momento dando il mio contributo. Finire un torneo con la consapevolezza di aver dato tutto se stesso è sempre il mio focus con il desiderio fisso di continuare a migliorarsi continuamente.

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