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CASTELLO FRISARI – Il progetto dei due “brothers in wine”

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WORDS NOEMI RIZZO

Scorrano. Strade minuscole, contornate da pietra leccese e fregi barocchi, sfociano nella grande piazza, ogni anno teatro di maestose e suggestive luminarie. Imboccando una di queste, via A. Chiarello, un piccolo corridoio interno si scorge al civico 11. In fondo, quasi nascosto, un portoncino nero sormontato dall’iscrizione “Castello Frisari”. Superata la soglia, un profumatissimo e inatteso agrumeto accoglie ogni visitatore. Percorrendo il sentiero tra gli alberi da frutto si arriva davanti a un edificio antico ma modernamente ristrutturato. Si tratta della vecchia cantina della corte che oggi prende il nome dal castello di cui fa parte. E sì, perché questa piccola porta nell’incantevole centro storico di Scorrano conduce a Palazzo Ducale Guarini Frisari, una dimora storica dove vivono ancora oggi i discendenti della famiglia Guarini. Insieme al giardino segreto e al vecchio seminterrato del castello, la cantina oggi riprende vita ospitando un nuovo progetto, quello di Carlo e Roberto, figli d’arte del vino e ultima generazione della nobile famiglia Guarini. Nei luoghi dove si produceva e si serviva vino fino alla metà del secolo scorso, oggi nasce nuovo vino.

Siamo in Salento e in questa terra i Guarini, di origini normanne, mettono radici nel 1040. Da secoli, rispettosi dei luoghi e delle tradizioni, i Guarini coltivano questi territori con amore. Oggi il Duca, padre di Carlo e Roberto, guida la sua impresa agricola e vitivinicola dal nome Duca Carlo Guarini, producendo vino, olio, cereali, ortaggi e legumi nei circa 700 ettari di proprietà sparsi nella penisola salentina. Dunque, perché dare vita a una nuova impresa?

I giovani fratelli Guarini, con lo stesso spirito di cura e valorizzazione degli antenati, disegnano un progetto ambizioso per dare voce a un solo vitigno autoctono salentino, il più antico: il negroamaro.  Spesso oscurato dall’ingombrante presenza del primitivo in Puglia, con Castello Frisari il vitigno negroamaro diventa protagonista in purezza, con tutte le sue sfumature… e non solo di colore.

La Denominazione di Origine Protetta “Negroamaro di Terra d’Otranto”, nata nel 2011, è riservata oggi ai vini prodotti nelle province di Lecce, Taranto e Brindisi, in un areale di produzione essenzialmente caratterizzato da due tipologie di paesaggio: l’Arco Jonico e la penisola Salentina.

Un po’ troppo sintetico per i due giovani imprenditori classificare tutto il vino prodotto in queste terre da uve negroamaro con una sola menzione geografica. Dove va a finire il concetto di terroir?

La penisola salentina è un singolare blend di venti, di mari, di suoli e di clima: un giorno soffia lo scirocco, il giorno dopo la tramontana. Alcune volte, quando piove nell’entroterra splende il sole sulle coste. Il mare Adriatico che bagna il Salento orientale è meno profondo, ha coste prevalentemente sabbiose e acqua meno salata, mentre lo Ionio è profondo, ha coste rocciose e una maggiore salinità delle acque. Ogni zona in questo lembo di terra può essere culla di vitigni, ma come possono tutti questi vitigni dar vita a un vino essenzialmente uguale? Partendo da queste considerazioni, Carlo e Roberto hanno scelto di valorizzare due aree di questa variegata terra, non ancora raccontate ma da sempre vocate alla viticoltura: l’agro di Ugento nelle Serre Salentine, zona di piccoli rilievi collinari situata nell’estremo Sud del Capo di Leuca e l’agro di Galatone nella Pianura Salentina, nel cuore del tavoliere di Terra D’Otranto.

Aree di produzione di massa nei secoli scorsi, si rivelano luoghi di straordinarie cru per i due “brothers in wine”, che nel 2016 debuttano con la prima vendemmia.

«Siamo viticoltori, prima ancora che produttori di vino», afferma il giovane Roberto, l’agronomo ed enologo della famiglia, a differenza di Carlo che invece, laureato in Economia, è l’anima commerciale del progetto. «Non è stato semplice ma dopo una lunga ricerca abbiamo individuato dei vigneti rilevanti per storicità e tipicità dei terreni. Erano incolti, nessuno se ne occupava ormai da tempo e abbiamo deciso di prendercene cura».

Due appezzamenti differenti, una coltivazione biologica.  Attraverso un’accurata selezione delle uve migliori e una vendemmia rigorosamente manuale, Castello Frisari realizza così due rossi Negroamaro di Terra d’Otranto DOP: Pianura di Terra d’Otranto e il Serre di Terra d’Otranto. Due vini speciali, uno espressione di un terreno ricco e argilloso di entroterra; l’altro, espressione di un suolo calcareo, quelle delle ultime colline (le “serre”) e degli ultimi venti. Due vini particolari, che fermentano per metà in acciaio e per metà in barrique di rovere.

«Fermentano in barrique, non affinano! Questa è una tecnica che ho scoperto in California, nella Napa Valley. Dopo gli studi di Enologia a Milano ho maturato delle esperienze professionali in alcune cantine nel mondo, dalla California alla Nuova Zelanda, passando per l’Australia», racconta Roberto. «Per l’affinamento, invece, proprio per evidenziare le diversità dei due vini, ho scelto di non utilizzare il legno perché rischierebbe di uniformare i sentori, di avvicinarli nel gusto».

Esclusivamente di uve negroamaro sono le altre referenze proposte da Castello Frisari: da un allevamento ad alberello di Melissano, un rosato ottenuto con l’antico metodo salentino della “lacrima”, un metodo dalle basse rese ma che produce un vino nobile dalle gocce del mosto fiore; un metodo ancestrale rosato, un vino naturalmente frizzante che fermenta in bottiglia, nato dalle uve negroamaro provenienti dalle Serre e infine un vino spumante, un metodo classico Pas Dosé realizzato da negroamaro di Pianura vinificato in bianco, senza sboccatura.

Non siamo in Francia eppure la parola “Castello” nel nome della cantina, come le parole “terroir” e “cru”, ci permettono di intuire il piano dei due fratelli, tornati a casa con un obiettivo preciso. Prendere in mano l’impresa di famiglia? No, crearne una nuova. Un’impresa che racconta un Salento inedito con le sue tipicità, che innova pur ritornando ai metodi ancestrali, che miscela le tradizioni locali con quelle di luoghi lontani. E così il negroamaro nasce e rinascerà, ancora, in tutte le sue splendide sfumature.

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