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CARLO CALCAGNI – Tutto ciò che mi tiene in vita

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Il colonnello salentino, vittima dell’urano arricchito, ogni giorno si sottopone a sette iniezioni di immunoterapia, flebo quotidiane, prende trecento pastiglie, per 18 è attaccato all’ossigeno e, durante la notte, ad un ventilatore polmonare. Eppure trova la forza per faresport, parlare con i ragazzi, diffondere fiducia. «Finché avrò un respiro da spendere, lo spenderò per vivere e per aiutare gli altri»

DI DARIO RECCHIA – FOTO: J. Ferreira – Fispes

Con impeto e ferreo cuore oltre l’ostacolo. È uno dei motti più conosciuti dai nostri militari ed è forse la sintesi della straordinaria vita del colonnello Carlo Calcagni, che ha trasformato un dramma personale in una opportunità. Salentino di nascita, è stato un valoroso ufficiale dell’Esercito Italiano, pilota di elicotteri e paracadutista con la passione per lo sport. Sin da ragazzo sfrutta la sua passione per il ciclismo per vincere tante gare a livello agonistico ed indossando anche la maglia della Nazionale. Nel 1996 partecipa ad una missione di pace in Bosnia ed alcuni anni dopo scopre che l’uranio impoverito utilizzato da alcuni eserciti nel conflitto lo ha contaminato pesantemente, creandogli tantissimi problemi di salute, a tal punto che oggi deve sottoporsi a costanti cure mediche di vario genere ed a dormire con un ventilatore polmonare.

Ciò nonostante la sua resilienza, la forza d’animo e la ferrea volontà di non mollare mai lo inducono a credere ancora di più nello sport (nonostante il diniego dei suoi medici) ed oggi, più di prima, si allena tutti i giorni anche dopo un faticoso ciclo di dialisi per saziare la sua anima e la sua voglia di “non arrendersi mai”!

A causa delle sue patologie invalidanti Calcagni ha ottenuto il riconoscimento di “vittima del dovere” e l’iscrizione al Ruolo d’Onore e dal 2014 ha iniziato una collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico. Oggi corre con un triciclo appositamente costruito a causa dei suoi problemi di equilibrio ma la sua determinazione ed il suo amore per la vita (nonostante tutto) rappresentano una grande testimonianza. Nei pochi momenti in cui non deve prendere una delle 300 pillole quotidiane si allena, scrive libri, racconta la sua esperienza nelle scuole e si dedica alla famiglia. La sua grande ancora di salvezza che l’ha sempre sostenuto ed incoraggiato ad andare avanti.

Come nasce la sua passione per lo sport?

Lo sport è stato il mio primo maestro di vita. Prima ancora delle medaglie mi ha insegnato il rispetto, la disciplina, il sacrificio e la capacità di rialzarsi dopo una sconfitta. Da ragazzo ho capito che il vero avversario non era chi avevo di fronte, mai i miei limiti. Ancora oggi continuo a fare sport per lo stesso motivo: ogni allenamento è una sfida con me stesso, un modo per diventare una persona migliore.

A 20 anni si arruola nell’Esercito Italiano diventando ufficiale pilota di elicotteri e paracadutista. Cosa l’ha spinta ad intraprendere la vita militare?

L’ho fatto per amore. Amore per il mio Paese, per i valori in cui credevo e per il desiderio di essere utile agli altri. Indossare un’uniforme non è mai stato un lavoro, ma una scelta di vita. Volare, lanciarmi con il paracadute, guidare uomini e assumermi responsabilità erano il modo più autentico che conoscevo per mettere le mie capacità al servizio della collettività.

Cosa ha provato quando ha scoperto di essersi ammalato a causa delle contaminazioni da metalli pesanti?

All’inizio incredulità. Poi rabbia. Infine dolore. Non tanto per la malattia, ma per aver compreso che la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa. Avevo servito il mio Paese con dedizione assoluta e mi ritrovavo improvvisamente a combattere una guerra invisibile. Però, dopo essermi chiesto tante volte “Perché proprio a me?”, ho deciso di farmi una domanda diversa: “Che cosa posso fare adesso con quello che mi resta, dopo quello che mi è accaduto?”. Da quel momento è iniziata la mia rinascita.

Da allora tutta una serie di patologie gravemente invalidanti ed un quadro clinico sempre più pesante che però non le hanno tolto la voglia di praticare l’attività sportiva.

Perché lo sport mi ha restituito ciò che la malattia cercava di togliermi: la libertà. Quando gareggio non mi sento un malato. Mi sento vivo. Lo sport non cura le mie patologie, cura la mia anima e mi aiuta a mantenere un equilibrio molto critico, ma necessario per restare aggrappato alla vita. Lo sport mi ricorda ogni giorno che sono molto più forte delle mie diagnosi.

A 58 anni e nonostante la contrarietà dei medici lei si allena duramente ogni giorno per migliorare le sue prestazioni. Follia oppure lucida determinazione?

Probabilmente entrambe. Ma senza quella “follia” non avrei mai conquistato nulla nella vita. Io conosco i rischi che corro, ma conosco anche il prezzo della rinuncia. Finché il mio corpo me lo permetterà continuerò a inseguire i miei sogni. Non per dimostrare qualcosa agli altri, ma per restare fedele a me stesso.

Quali sono i prossimi impegni sportivi?

Sfidare me stesso e continuare a migliorarmi, perché l’obiettivo più importante è riuscire ad essere ogni giorno la versione migliore di me stesso. Le gare sono tappe di un percorso molto più grande. Ci saranno nuovi campionati, nuovi record da inseguire e nuove sfide internazionali. Ma il mio obiettivo più importante resta quello di dimostrare che nessuna condizione fisica può impedire ad una persona di continuare a sognare e non smettere mai di credere che il meglio deve ancora arrivare.

La missione in Bosnia le ha rovinato la vita però le ha dato la possibilità di salvare tante vite umane. Cosa ricorda di quel periodo.

Ricordo gli occhi delle persone. Bambini, donne, anziani che avevano perso tutto. Ricordo la paura, la sofferenza e la speranza. Se tornassi indietro rifarei quella missione, pur sapendo ciò che mi sarebbe accaduto. Perché la vita non si misura da ciò che riceviamo, ma da ciò che siamo riusciti a dare agli altri. Sapere di aver salvato vite umane, persino un bambino di due mesi, mi ripaga di tanta sofferenza.

Oggi dorme (poco) attaccato ad un ventilatore polmonare e con continui dolori che non la lasciano mai. Ha mai pensato ad un gesto estremo?

Ho pensato tante volte di non avere più forze. Sarebbe disumano dire il contrario. Ma non ho mai pensato di arrendermi. Ho visto la morte molto da vicino durante le mie setticemie e durante un’esperienza extracorporea che ha cambiato profondamente la mia vita. Da allora ogni nuovo giorno è un dono. Finché avrò un respiro da spendere, lo spenderò per vivere e per aiutare gli altri.

Ci racconta una sua giornata?

La mia giornata inizia molto prima dell’alba e spesso continua dopo una notte quasi insonne. Sette iniezioni di immunoterapia, appena sveglio, flebo quotidiane, circa trecento pastiglie nelle 24 ore, delle quali almeno 18 attaccato all’ossigeno e, durante la notte, ad un ventilatore polmonare. Ogni gesto richiede più energia rispetto a una persona sana. Terapie, controlli, allenamenti, impegni istituzionali, testimonianze nelle scuole, scrittura. Convivo costantemente con il dolore, ma ho imparato a non permettergli di decidere come devo vivere la mia giornata. Ogni sera mi addormento stanco, ma con la serenità di aver dato tutto quello che potevo dare.

Scrive libri e viene spesso chiamato a portare la sua testimonianza nelle scuole. Qual è il messaggio che prova a consegnare ai giovani?

Dico sempre che la vita non deve essere perfetta per essere meravigliosa. Viviamo in una società che insegna a cercare il successo, ma raramente insegna come affrontare le sconfitte. Io cerco di spiegare che il valore di una persona non si misura da quante volte vince, ma da quante volte trova il coraggio di rialzarsi. Non è importante quanto a lungo vivi, ma come lo fai, per lasciare una traccia indelebile della mia esistenza. Se un ragazzo, ascoltando la mia storia, trova la forza di non arrendersi davanti a una difficoltà, allora tutto quello che ho vissuto acquista un significato. Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi.

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