Food

ANNA MARIA ALTAMURA – La signora dei fornelli

0
anna maria altamura cover

Anna Maria Altamura e suo marito Enzo hanno lasciato Milano per trasferirsi in Salento ed aprire un ristorante a Muro Leccese

WORDS LUCA CAPUTO – FOTO TANYA LEXX

È un’umida mattinata di gennaio quando mi ritrovo tra i tavoli di Ama, il nuovo ristorante di Muro Leccese, attiguo a Palazzo Muro Leccese, eclettica residenza di charme votata all’ospitalità. Mi accoglie, con una tazza di rovente caffè di cicoria e un lungo poncho in cachemire cioccolato, la chef e titolare Anna Maria Altamura. “La signora dei fornelli” potrebbe essere il titolo  di un capitolo del romanzo della sua vita che inizia quando ha deciso, assieme al marito Enrico, di lasciare una patinata carriera nella comunicazione in multinazionali a Milano per trasferirsi nel Salento dove, in realtà, tutto è cominciato: “I miei erano originari di Vernole ma ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza a Otranto”. Anna Maria racconta come un fiume in piena, spalanca i grandi occhi azzurri e agita le piccole e gentili dita che portano i segni di lavoro manuale poiché sempre impegnate a impastare cose buone come le sue novantatré varietà di biscotti (di cui va molto orgogliosa) tutte in bella mostra con le loro frolle dorate, sulla credenza nell’atrio. “Mio padre, militare dell’aeronautica, mi ha cresciuta con un particolare mix di libertà e rigore sempre fedele al suo motto: se devo ubbidire obbedisco ma vorrei dire la mia. Mia madre invece mi ha tramandato la massima del cibo come atto d’amore che non mi ha mai abbandonata. Anche quando vivevo a Milano e dopo ore di lavoro tornavo a casa, toglievo i tacchi, legavo i capelli e infilavo il grembiule per cucinare ad amici e ospiti”.

Una vita intensa, poliedrica, fatta di svolte e segni del destino accompagnata da un’autentica ricerca del sé, quella di Anna Maria che non ha rimpianti: “Voglio morire lavorando”, ribadisce. Dopo Giurisprudenza a Bari arriva a Roma dov’è allieva di grandi maestri della comunicazione: David Sassoli, poi Presidente del Parlamento Europeo, Michele Santoro, Pirro, Monteleone, Vincenzo Mollica e Andrea Camilleri, il papà di Montalbano. “Il mio fidanzatino dell’epoca alla partenza mi regalò uno dei primi computer. Ammetto che su due piedi non era un regalo gradito ma poi si è rivelato un segno. Proprio su quel pc ho scritto la mia prima raccolta di miscellanea dal titolo: Ama. Quel grande scrittore che è il destino, che in seguito gli donai”. Di quel periodo ricorda la sicilianità e la passione di Andrea Camilleri, il sorriso unico di Sassoli, Vincenzo Mollica che la paragonava ad Alda Merini e la nascita della sigla Ama dalle iniziali del suo nome che apponeva come firma per velocità. Poi inizia il suo capitolo milanese inaugurato su un viale di castagni e che dopo una vera e propria gavetta l’ha portata a lavorare per i più grandi gruppi di comunicazione fino alle vette del lusso. Nei primi del 2000 infatti lavora per Missoni dov’è direttrice della comunicazione. Cambia l’immagine del marchio, non assegna più le campagne pubblicitarie al maestro Steven Meisel ma assume un fotografo specializzato in arte: “Missoni nasceva dalla pittura, dal colore, dalla gioia di vivere. Le ultime campagne non riuscivano più a raccontare quest’aspetto”.

Ma ad un certo punto questa vita sfavillante, tra sfilate, modelle, colloqui con Anna Wintour (che definisce pragmatica ma non glaciale) ma soprattutto l’allure della famiglia Missoni (di Ottavio Missoni ricorda il carisma mentre di Rosita la regalità) ha assunto sempre più i contorni di una gabbia dorata: “Quando ho visto mio marito arrivare in ufficio a notte tarda con una schiscietta di lenticchie e due calici ho capito che non andava più bene”. Ora nel suo palazzo in Salento è davvero la signora dei fornelli. Come Juliette Binoche in Chocolat usa la cucina per migliorare la vita delle persone con una qualità altissima e una cura maniacale. Alla sua tavola nulla è lasciato al caso. Mentre vado via mi rivela sull’uscio che ha paura dell’appiattimento culturale della nostra terra e mi lascia con un desiderio: “Vorrei che fossimo ciceri e tria e non lu sule, lu mare e lu ientu”.

You may also like

More in Food

Comments

Comments are closed.